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# IL CURSORE E L'ABISSO: Appunti per un'estetica del collasso
- URL: https://www.infanzine.it/il-cursore-e-labisso-appunti-per-unestetica-del-collasso/
- Published: 2026-09-05T20:17:42.000Z
- Updated: 2026-09-05T20:17:42.000Z
- Author: IN fanzine

Fa quasi tenerezza osservare l'uso che si fa oggi dell'intelligenza artificiale. Abbiamo sottomano la più colossale e schizofrenica macchina trita-inconscio della storia, un calderone statico capace di allucinazioni impensabili, e l'ambizione collettiva sembra essersi appiattita sulla produzione industriale di cartoline. C'è una corsa grottesca al prompt rassicurante, alla stringa di testo perfetta per domare lo spazio latente e costringerlo a partorire mondi di cera, proporzioni auree e pelli piallate. È il trionfo della borghesia del pixel, terrorizzata dal caso e ossessionata da una perfezione asettica che annoia già dopo un paio di secondi di scorrimento. Eppure, davanti allo schermo nero, il cursore lampeggia con placida indifferenza in un abisso. La vera domanda, oggi, non è cosa stiamo per chiedere alla macchina, ma con quale peso specifico ci sediamo a scriverle. Ci illudiamo di dialogare con un'entità pensante, ma stiamo soltanto interrogando uno specchio statico immenso e amorfo. Se ci presentiamo vuoti, armati solo del desiderio infantile di un'immagine esteticamente gradevole, il riflesso sarà inevitabilmente vuoto: la solita, rassicurante perfezione di plastica. Ma cosa succede quando non cerchiamo la mimesi, ma la traduzione di un'ossessione? Davanti a quella tastiera non ci si siede con un vocabolario di termini tecnici o con l'ansia del controllo. Ci portiamo addosso i fantasmi di un secolo di cultura visiva e letteraria. In quel box di testo riversiamo l'inquietudine e l'assurdo della letteratura mitteleuropea, l'alienazione di chi ha assorbito il cinema d'autore più onirico e frammentato, la cadenza cupa e industriale di ritmi post-punk che continuano a ronzarci in testa. Non stiamo chiedendo all'algoritmo di scrivere un testo o di scattare una fotografia; stiamo misurando come un cervello di silicio elabora il nostro disordine umano.

Dove stiamo andando, dunque? Stiamo abbandonando l'utopia della fotografia come testimone di verità, per abbracciare l'immagine sintetica come puro sintomo. La nuova consapevolezza necessaria è accettare che lo spazio latente non è un set, ma un oracolo allucinato. E per interrogarlo serve un'attrezzatura che non si scarica da un server: lo spessore culturale e la capacità di orchestrare il caos. Senza immaginario interiore già denso e ferito prima ancora di digitare la prima parola, l'intelligenza artificiale non serve a nulla. Rimaniamo soltanto scimmie davanti ad un monolite digitale, a pigiare tasti sperando in un applauso facile, ignari che la vera rivoluzione non è produrre un'immagine perfetta, ma avere il coraggio di guardare cosa emerge quando il sistema fallisce nel comprenderci.

**Vitangelo Moscarda**

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