La fine del «capitalismo buono» e l’urgenza di una nuova lotta di classe
La globalizzazione e il liberismo ci avevano illusi e fatto credere che il mondo sarebbe stato migliore e che sarebbe aumentata la redistribuzione della ricchezza prodotta. Pertanto via lo Stato dall'economia, via lo Stato sociale considerato parassitario e dunque trasformato in aziende private. Via le contrattazioni sindacali e le leggi a protezione del lavoro e dell'orario di lavoro. Un treno veloce che ha generato, nel suo percorso fulmineo, la perdita dei vagoni di coda a favore di quelli di testa, la distruzione del welfare conquistato con dure lotte. Scuola, ricerca, sanità, pensioni e salari, abitazioni sono in una crisi quasi irreversibile. Tutto ciò genera paure e distacco dalla politica. Avanzano populismi e sovranismi. La democrazia che era un modello accettato con entusiasmo, riconosciuto come portatore di pace e benessere, sembra ora non più credibile. Le moderne e attuali guerre ne diminuiscono la autorevolezza. Un nuovo mondo si sta svegliando. In Francia, Spagna gli studenti si uniscono ai lavoratori e al ceto medio impoverito. In Italia questo vento ancora non soffia, è' debole. La sinistra italiana ed europea, innamorata della convinzione che esiste un capitalismo buono, e' incapace di leggere le vere leggi dello sviluppo capitalistico, che aumenta la sua intrinseca indole famelica e predatoria. A tinte chiaro-oscure c'è nelle attuali mobilitazioni la impellente richiesta di un nuovo intervento dello Stato per la difesa del potere di acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni, per avere la sicurezza per una casa, l'istruzione e l'università pubblica qualificata, la ricerca , la sanità. Uno Stato che non si riarma e che non finanzia, di nascosto o apertamente, guerre e genocidi. La propaganda governativa delle destre agita la paura e reprime ogni forma di protesta sacrosanta per la difesa dell'ambiente e delle conquiste sociali. Insomma una iniezione di lotta di classe non sarebbe un male ma una speranza.
Cristallo