"Ma lei, cosa aveva fatto?"

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"Ma lei, cosa aveva fatto?"

Tutto comincia con un mondo che si restringe. Un taglio netto ai legami con l'esterno. All'inizio lo scambi per intimità, la promessa di un rifugio esclusivo: "Basti tu, bastiamo noi". Ma il perimetro continua a farsi più stretto. Le amiche diventano un fastidio, la famiglia un'interferenza, la tua autonomia una minaccia. Fino a quando la porta d'ingresso non fa uno scatto secco, metallico. Non è il suono di chi rientra a casa, è il rumore di una serratura che scatta per non farti uscire.

Il possesso non si annuncia quasi mai con uno schiaffo; striscia lento sui pavimenti, si mimetizza nella geometria del quotidiano. Prende la forma di un controllo silenzioso, un'ombra pesante che cala sul tavolo del soggiorno mentre lui inizia a misurare la tua giornata minuto per minuto, messaggio per messaggio. Si maschera da devozione, da una domanda apparentemente innocua: "Perché ti vesti così per uscire?". Poi si indurisce, perde la forma della domanda e diventa un'affermazione assoluta, un marchio di fabbrica: "Sei mia".

È un processo lento e inesorabile che consuma l'identità, trasformandoti da persona a oggetto inanimato, una proprietà da gestire e posizionare a piacimento. Nessuno ti insegna a riconoscere la violenza quando ha la consistenza di questa premura asfissiante, questa assoluta mancanza d'aria. Pretendono il tuo respiro, annientano sistematicamente la tua voce, finché non ti accorgi che la stanza in cui ti trovi non ha più vie d'uscita. E l'epilogo, la violenza dei titoli di cronaca, arriva solo dopo: esplode esattamente nell'istante in cui quell'oggetto decide, insopportabilmente, di riprendersi la propria libertà e dire no.

Fuori da quella porta, intanto, il mondo continua a non vedere. È la tragedia del "bravo ragazzo", l'alibi perfetto che una società intera costruisce per autoassolversi. Agli occhi dei vicini, dei colleghi, dei conoscenti, lui è l'uomo tranquillo, quello che saluta sempre in ascensore, il partner irreprensibile. Nessuno vuole ammettere che il carnefice non assomiglia quasi mai a un mostro cinematografico: veste abiti normali, ha modi cortesi in pubblico e sorride nelle foto di rito.

Per questo, quando l'isolamento sfocia nel sangue, la narrazione collettiva si rifugia immediatamente nella menzogna del "raptus", del "dramma passionale", dell'imprevedibile perdita di senno. Ma non c'è assolutamente nulla di improvviso in una condanna a morte che è stata scritta, giorno per giorno, privazione dopo privazione. Chiamarlo "raptus" è l'ultimo, estremo atto di negazionismo. Serve a rassicurare noi stessi. Serve a non dover ammettere che la cultura del possesso non vive nei vicoli bui delle periferie, ma mangia, dorme e respira comodamente seduta nei nostri salotti. E, soprattutto, serve a spostare in modo subdolo la colpa, preparando il terreno alla domanda più vile di tutte: "Ma lei, cosa aveva fatto per farlo arrabbiare così?"

È in questa domanda, sussurrata o gridata che sia, che il negazionismo rivela il suo volto più complice e crudele. È il momento esatto in cui la società decide di trasformare la vittima in imputata. Si passa al setaccio la sua vita, si processano le sue scelte: com'era vestita, perché non se n'era andata prima, perché ha accettato di vederlo per quell'ultimo, fatale appuntamento. Si cerca disperatamente una sbavatura, un pretesto per rassicurarsi e potersi dire, in fondo, che un po' se l'è cercata.

Ma dobbiamo smettere di cercare ragioni dove c'è solo dominio. La realtà è intollerabile, e proprio per questo va detta ad alta voce: l'unica vera "colpa" di chi muore per mano di un uomo è quella di aver detto no. Di aver creduto, nonostante tutto, di essere una persona libera e non un bene di consumo. Di aver provato a forzare quella porta chiusa a chiave. Finché continueremo a scambiare la gelosia per amore, a chiamare "raptus" una condanna a morte già scritta, e a cercare scuse per chi uccide, saremo tutti complici del prossimo scatto di serratura. E negare che questo sia un sistema, significa esserne già parte.

D.

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