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Dopo un lungo inverno aspetto la primavera, ma soprattutto l’estate.
Ho voglia di rigenerarmi, di camminare libera dalle zavorre di stoffe sintetiche, di respirare l’aria, l’erba. E tutto incomincia con lunghe passeggiate tra le campagne pugliesi e lucane, tra cammini realizzati per partecipare a bandi europei destinati ai turisti.
Poi arriva l’estate. O meglio, arriva giugno.
Arriva il mare, la gioia di abitare i posti, di avere un pezzo di spiaggia tutto per sé, di entrare nell’acqua quando ancora profuma d’inverno, di chiacchierare con il/la vicin* a bassa voce. E poi arrivano loro: i turisti. Arriva la non-pace.
Tutto si trasforma. E tu guardi, quasi paralizzata, mentre sotto i tuoi occhi il luogo che abiti cambia forma per accogliere qualcun altr*.
L’abitante non conta più. Deve togliersi di mezzo, fare spazio. Nascono dal nulla, e con un ritmo incessante, feste, sagre, eventi. Si inventano piatti tipici, si inventano storie, archeologie, tradizioni, cucine. Si costruisce un racconto del luogo pensato per chi arriva, un paese ideale da consumare in pochi giorni, un paese che spesso non è mai esistito.
I paesi si trasformano in mostri che sovrastano chi li abita e che, contemporaneamente, anelano al turista. Gli raccontano una storia (inventata dal marketing politico), gli fanno vivere un’esperienza, gli vendono un’immagine (politica).
E l’abitatore, e l'abitatrice è costrett* ad adeguarsi. O a farsi coinvolgere in questo vortice nel quale tutto diventa merce: il paesaggio, il cibo, la memoria, le case, le feste, le persone. Anche l’indigen*.
Ma c’è anche chi non vuole essere merce.
Chi non vuole essere venduto, raccontato, fotografato, trasformato in esperienza. Chi non vuole diventare parte dell’allestimento di un paese-vetrina.
E allora si resta immobile e si "aspetta".
Si "aspetta" che l’estate, tanto desiderata, volga al termine. Si "aspetta" che le luci si spengano, che le sagre finiscano, che le strade si svuotino, che i tavolini vengano ritirati.
Si "aspetta" di riavere il proprio luogo.
E forse, finalmente, qualche giorno di mare.
E non essere parte di una vetrina.
Semplicemente si tornare ad abitare. Ad essere persona.
Lc