Una stella tra le macerie
Tra la polvere densa che soffoca l’orizzonte e copre ogni cosa di grigio, l’infanzia a Gaza cerca una fessura per guardare in alto. Se le parole potessero trasformarsi in materia celeste, bisognerebbe forgiare per loro una stella nuova: una stella bambina, intessuta di tregua e di luce tersa, abbastanza vicina da poter essere toccata e abbastanza salda da non farsi spegnere dal fumo degli incendi.
Una buona stella che scenda piano sulle tende e tra i calcinacci, non per restare muta nel firmamento, ma per posarsi sui loro occhi stanchi e fare da scudo. Una guida luminosa capace di disarmare l'orrore, di cancellare per sempre il boato dell'ingiustizia e sussurrare al buio che il mondo non finisce dove cadono i muri.
In questo frammento di terra ferita, il miracolo di questa luce prende già forma grazie a mani umane. Sono i volontari silenziosi, custodi coraggiosi che lontano da ogni riflettore rischiano la vita per accendere un proiettore contro un telo sgualcito. Quel cono di luce che taglia la notte è la prima scintilla della stella: davanti a quello schermo improvvisato, i piccoli ritrovano il potere più sovversivo che esista, quello di immaginare.
Nei loro sguardi riflessi sullo schermo rinascono mondi possibili. Mondi vasti, limpidi e finalmente liberi da tiranni e catene, dove i cieli appartengono agli aquiloni e non alle paure, e dove nessun confine osa imprigionare i passi. Guardandoli sorridere ed emozionarsi, si comprende che la loro fantasia è un rifugio inviolabile. Quella stella ideale, regalata col cuore e custodita da chi non si arrende all'odio, dice a ogni bambino che il suo domani ha ancora diritto a un cielo intero, e che nessun buio terreno potrà mai spegnere l'universo che porta dentro.
D.